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Pubblicato da staff il 2 marzo 2014 | Nessun commento | Archivio: News

Perchè Sanremo è Sanremo?

Vi siete mai chiesti cosa accomuna Beautiful, Gemma del Sud, Willwoosh e Sanremo? Noi sì: ognuno di noi li ha visti almeno una volta nella vita. E’ come una strana legge astrale: ogni italiano viene a contatto con queste “entità” per poi rimanerne affascinato o inorridito (Willwoosh a parte).

Tra queste  ce n’è una che, volenti o nolenti, ci rappresenta: il Festival di Sanremo, che viene visto ovunque e soprattutto fuori dai confini della nostra nazione come il SIMBOLO della musica e della cultura italiana. E’ il nostro segno distintivo, lo specchio della nostra società, il meglio che l’Italia sa offrire. O almeno questo è quello che viene percepito nel resto d’Europa.

Ma qui cosa succede? Come vediamo noi stessi il festival che NOI abbiamo eletto a nostro rappresentante?

Lo sappiamo tutti, ormai per avere un’idea ben precisa di qual è l’umore della nostra nazione non si guarda più il tg, non si leggono i giornali: si guarda Twitter.

E il parere che ha il popolo di Twitter su Sanremo è: sfarzo inutile, classifica truccata, poca innovazione, satira scadente. Insomma, un festival fatto un tanto al chilo, con sufficienza e con risultati scadenti. C’è stato bisogno di inscenare dei tentati suicidi (decisamente poco credibili) per attirare l’attenzione. Il risultato è un programma che ogni anno compie un passo indietro, che dovrebbe dar spazio alla musica più che ai teatrini patetici ai quali abbiamo assistito; un programma fatto da persone che forse nella vita avrebbero dovuto fare altro.

Per niente il nostro simbolo.

Se provate a fare un giro su Twitter, non ci metterete molto a trovare cinguettii critici, taglienti, per niente tolleranti. Cinguettii di gente appollaiata sul divano, scalpitante di voler dare il proprio giudizio anche se da dietro uno smartphone o il monitor di un pc. Il social dei 140 caratteri era ogni sera più infuocato, carico di utenti pronti a criticare ogni parola, ogni cantante, ogni battuta, ogni vestito. Durante la diretta, ironia e cattiveria regnavano sovrane.

Come quando guardiamo una partita alla tv e ogni italiano diventa mister; ogni italiano si è improvvisato critico, giornalista, giudice indiscusso di ogni canzone in gara e non. I veri esperti ormai non scrivono più articoli, scrivono tweet.

Ma come sappiamo, nel fiume di tweet è anche importante farsi riconoscere. Perciò, ognuno di noi ha cercato di scrivere il tweet di più tagliente, o il più sfarzoso. A costo di esagerare? Che importa.. L’importante è essere retwettati. Si può scrivere di tutto e senza il minimo rimorso, gli haters spopolano e l’odio dilaga.

Che si parli o no di Sanremo, l’importante è avere visibilità. Basta parlare del tema più caldo del momento: la canzone vincitrice, il vestito della Littizzetto, l’ultimo piatto di Masterchef, l’ultimo evento di cronaca, l’ultima mossa di un politico. L’Italia sbaglia? L’utente insegna, in comodi 140 caratteri.

E’ facile capire quanto siamo insoddisfatti della nostra Italia, quanto vorremmo “mandarli tutti a casa”; quanto ci dia fastidio pensare a chi dovrebbe pensare al bene della nazione ma pensa solo ai propri interessi, a chi non fa il suo dovere e a chi ricopre posizioni decisamente non meritate. Per forza che l’Italia va a rotoli!

Non esiste più la meritocrazia, chi ricopre posizioni autorevoli sicuramente è stato agevolato; chissà da chi, chissà in cambio di cosa.

Siamo cittadini e il nostro dovere è lamentarci se non ci piace come sta andando la nostra nazione o cosa trasmettono in tv.

E’ nostro dovere lamentarci se Sanremo è costato troppo e il modo migliore che conosciamo è gridare a gran voce sui social, Twitter o Facebook che siano. E così ci autoeleggiamo esperti in bilanci, giudici, critici.

Giudici AUTOELETTI che lottano, non per migliorare ciò che offriamo ma per dare visibilità al loro profilo; che per lamentarsi di chi ricopre posizioni che non gli spettano, si improvvisano autori. Giudici che “non importa chi l’ha fatto ma io sicuramente l’avrei fatto meglio”.

Dicevamo, un festival che non ci rappresenta..

Ne siamo sicuri?

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